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5  maggio  2019
Sopravvissuti

Se ad ostacolare Ulisse, stanco di guerra, nel suo viaggio verso un desiderio di serenità e pace, fu l’ira degli dèi, a rendere oggi assurdamente lungo, pericoloso e spesso tragico, il viaggio di donne e uomini verso un’analoga aspirazione, sono leggi insensate e ipocrite che, negando il diritto alla mobilità, condannano cinicamente alla sofferenza, alla violenza e alla morte.

I versi del prologo omerico introducono la narrazione di una nuova e drammatica Odissea in cui il pubblico è invitato a un cambio di prospettiva. Vincere la paura dell’ipotetico assediato e uscire dall’alta cerchia di mura per andare incontro a chi vede le proprie speranze infrangersi dolorosamente contro di essa. Cercare in chi giunge stremato una somiglianza che, senza rinunciare alla ricchezza delle diversità, accomuni e avvicini, sconfigga la paura ed esorcizzi pregiudizi e stereotipi. Ascoltare la testimonianza del suo periplo infernale.

Le esplosioni, i lampi, le raffiche di una guerra delle tante, e il silenzio delle macerie che non lasciano scelta. Quindi il racconto del viaggio: il deserto e il mare.

E poi la risposta decisa e violenta di chi non crede necessario neppure capire chi ha davanti: nuovi muri, frontiere, ostacoli e tanta ipocrisia, che impedisce di vedere e riconoscere, e si rifugia in definizioni, etichette, generalizzazioni che annullano l’unicità di ogni individuo e, presuntuosamente, condannano senza appello.

Un testo in cui si alternano, con buon equilibrio e un ritmo coinvolgente, aspetti descrittivi, emozioni, considerazioni politiche e riflessioni.

Un monologo intenso che vorrebbe tanto cessare d’essere sempre così attuale.

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