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10  dicembre  2018
Considerazioni riguardo al Decreto "Sicurezza e Immigrazione"

Ritornare a sentirsi fortunati


Ho avuto la fortuna di nascere oltre 50 anni fa, in un paese e in uno stato che da oltre un decennio respirava l’aria della libertà e della democrazia.
Un paese che si era dato una Costituzione, la quale promulgava diritti e doveri dei cittadini e dove l’uguaglianza e la giustizia erano non solo aspirazioni, ma realtà da vivere e attuare nella
quotidianità.
Ho avuto la fortuna di crescere all’interno di una famiglia con una forte identità cristiana, dove
l’accoglienza, la reciprocità e la fraternità le ho imparate seduto sulle gambe di mia madre, al
catechismo, nella piccola chiesa del paese e tutte le volte che pregavo riconoscendo Dio come
Padre. In quel momento ho avuto la fortuna di comprendere che ogni uomo è mio fratello e ogni donna è mia sorella.
Ho avuto la fortuna di comprendere che vivere in uno stato democratico dove tutti sono
considerati uguali e crescere in una religione in cui Dio è morto per noi per renderci tutti fratelli è stata una delle grazie che maggiormente mi hanno reso un uomo felice in tutti questi anni.
Da oggi, però, mi sento meno fortunato!
Perché il decreto “Immigrazione e sicurezza”, votato alcuni giorni fa, mi dice che lo Stato in cui
sono nato non vuole più includere tutti; e uno Stato che non include tutti non posso più definirlo
democratico.
Inoltre mi sento molto meno fortunato perché sono tanti i cristiani che pensano che “era ora”, che “la pacchia è finita” e che questo decreto dia un giro di vite e faccia giustizia, mentre non fa altro che discriminare ed escludere.
Uguaglianza, secondo me, vuol dire democrazia e fraternità.
Discutiamo pure su come attuare oggi questi valori, ma la barra rimane diritta e i valori rimangono imprescindibili, altrimenti viene minata la costituzionalità dello stato e la credibilità della religione.
Non penso di riuscire a scrivere né a dire cose molto originali, soprattutto più di quanto stiano
dicendo e scrivendo persone molto più autorevoli e competenti di me su questo decreto che non dà sicurezza, ma che esclude e priva le persone della loro dignità.
Sono però convinto che la cosa più errata sia fare una “guerra di ideologia” su questo tema
oppure, ancora una volta, tacere, delegare e non prendere posizione.
Dobbiamo dire la nostra indignazione e la nostra contrarietà, come uomini e come cristiani, verso questo decreto soprattutto perché dobbiamo sempre più schierarci dalla parte del debole, del povero e dell’oppresso; se la Chiesa, come ci invita Papa Francesco, non fa la scelta preferenziale dei poveri non può dirsi la Chiesa voluta da Colui che è morto in croce per noi.
Voglio dire questo perché Dio, come a Caino, un giorno ci chiederà conto dei nostri fratelli.
Sarà Gesù a chiedercelo, quando ci interrogherà sul capitolo 25 di Matteo.
Ma prima di arrivare a quell’ultimo giorno voglio dire tutto questo augurandomi di ritornare
presto a sentirmi una persona fortunata!

CONDIVIDIAMO L'APPELLO DI DON GIORGIO BORRONI

DIRETTORE DELLA CARITAS DI NOVARA


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